Meridionale
21 febbraio 2010

In un Sanremo contrassegnato da savoiardi e sbarbatelli, una piccola perla è rimasta assolutamente inosservata, rovinata dalla giuria popolare, quella delle telefonate mandate a raffica attraverso sistemi automatici o semi-automatici…

Mi riferisco a Nino D’Angelo con la sua jammo ja’. Non sono affatto un fan di Nino d’Angelo, né del genere, però va assolutamente detto che la canzone, piaccia o no, è dal punto di vista musicale eccellente. Nel suo intreccio di temi orientaleggianti il profumo del mediterraneo, del mare, del sud, si sente e si sente forte. La canzone ha una carica emozionale ed evocativa non trascurabile. E’ davvero un ottimo lavoro che sicuramente una giuria qualificata non avrebbe mai buttato nell’oblio già dalla prima sera.

E guagliune d''e viche 'e Napule, nun sarranno maie Re

Scoperta ancora più bella è quella del suo testo che purtroppo la maggior parte di noi non ha capito. Fosse stata sottotitolata, forse sarebbe stata godibile fin da subito. Se da un lato il savoiardo ritornato in Italia grazie ad una legge costituzionale della quale davvero pochi sentivano la necessità, ancora una volta divide il paese con una voce terribile, stonata, disarmonica, con una canzone retorica che sa più di comizio, D’Angelo propone un testo di unità, di amore nazionale (vero), ma che purtroppo nessuno ha capito, né ha cercato di farlo…

D’Angelo parla di Italia, di Italia a due velocità, di una mentalità, della necessità della cooperazione. Parla del sud in maniera immediata, chiara, propositiva e, giustamente, utilizzando  una lingua del sud che tra l’altro nel panorama musicale è un vanto per l’Italia intera.

Voglio quindi riproporre alcuni versi particolarmente significativi della canzone. Il testo completo lo si trova qui, mentre su youtube si trova la canzone (di una fan sfegatata!!).

Siamo nati con due destini, siamo la notte e siamo la mattina, siamo rose(nord) e siamo spine(sud), ma siamo rami dello stesso giardino(Italia).
Meridionale, siamo terra piena di mare che nessuno può capire, stiamo bene o stiamo male andiamo avanti così. Il lavoro è un regalo e la speranza è partire…

Se la giustizia se ne lava le mani bianche sono le bandiere…

Andiamo dai e diamoci la mano se stiamo insieme possiamo andare lontano non si può più aspettare… Andiamo dai che questa vita va di fretta.

Purtroppo nessuno ha parlato di questo testo, nessuno ha parlato di questa musica, tutti lì a parlare dei savoiardi, che come tutti san bene, si sciolgono immediatamente in un caffé.

Web log, we blog, weblog, blog.
17 febbraio 2010

Ho parlato spesso di web 2.0, e d’altronde questo sito non è che l’ultimo dei frammenti di questo modo di concepire internet. Una delle novità più diffuse della rete democratica è sicuramente il blog, o per meglio dire il weblog. Cosa è di preciso un blog? Dal punto di vista tecnologico niente di sconvolgente, è soltanto uno spazio su internet con un elenco di interventi (articoli?) scritti in formato HTML e poco altro. Ma qual è davvero la forza di un blog, e quali i suoi limiti? Un blog da un punto di vista umano e sociale è uno spazio disponibile, aperto, in cui tutti hanno la possibilità di esprimersi, di comunicare sé stessi e le proprie idee.

Blog!

Per fortuna un blog non si nega a nessuno!

Ciò che limita fortemente un blog e lo caratterizza è il movente. Perché un blog? Per quale motivo scrivere su internet. Si potrebbe dire semplicemente per divulgare le proprie idee, le proprie riflessioni, per condividere con altri i propri studi, il proprio lavoro. Tutte intenzioni belle e nobili se non si scontrassero con una tremenda verità: il we blog nella maggior parte dei casi è semplicemente in i blog. In altre termini, la maggior parte delle parole scritte su internet, non verrà letto mai da nessuno, e questo ogni bravo blogger lo sa bene, tanto è vero che si ammazza per farsi indicizzare da google e per farsi linkare nei social network.

Sembra che in città ci sia qualcuno che non è finito mai in TV.

Ma allora, perché la gente (io incluso!) spende energie a scrivere su di un blog?

Secondo me basta andare all’essenza delle cose. Ciò di cui davvero si sente il bisogno, forse, è il raccontarsi. La gente vuole raccontarsi, vuole dire agli altri ed a sé stessi chi è, cosa si sta facendo, cosa si prova. Questo desiderio di raccontarsi è anche il desiderio di fare bilanci, di trovare quel filo rosso che unisce tutte l’esperienze della propria vita che per natura nascono come frammentarie. Nel passaggio da second life, dove si diventa un’altra persona fuggendo dalla realtà, a facebook, dove si è irrimediabilmente unici, si scorge chiaramente questo desiderio di essere unicamente ed originalmente sé stessi e soprattutto, di essere considerati come tali dagli altri.

La società d’oggi è  talmente televisiva e finta che ognuno di noi rivuole sé stesso indietro!

Il Nuovo fiammante iPost too!
15 febbraio 2010

Finalmente ci siamo!! A circa due mesi  dall’ultimo articolo, ecco pronto il nuovo fiammante iPost Too! Dalla pubblicazione del primo engine, soltanto ad agosto dello scorso anno, di strada se ne è fatta. Un buon numero di articoli sono stati pubblicati ed altri ancora sono stati recuperati da momenti, costituendo così una buona base di partenza.

Questo tempo è stato un tempo di sperimentazione, progettazione e studio. Il vecchio tema di iPost, che avevo denominato DeskGear, è stato via via incrementato, migliorato, abbellito. Nel corso dei mesi però, le cose sono cambiate, io sono cambiato, e così al di là delle scelte implementative che oggi reputo molto discutibili, la strutturazione, i colori e la stessa navigabilità non mi soddisfava più. Ecco perché arrivato a fatica alla versione 0.8,  i nodi son venuti al pettine, ed ho deciso di riscrivere da zero il tema per la mia creatura!

Il Vecchio DeskGear 0.7.5.3!

Di tentativi ne ho fatti molti, facendomi guidare volentieri da SmashingMagazine. Nell’immagine seguente si vede un po’ l’evoluzione!

iPostRELIGHT ed iPostSnow

Finalmente, oggi posso presentarvi il nuovo tema: PostKicker. Intendiamoci, lungi dall’essere perfetto, ma sicuramente tecnologicamente e strutturalmente all’avanguardia! Buona navigazione a tutti!

La cultura nell'era della rete
23 novembre 2009

Il grande Fabrizio De André nella sua celebre canzone “Un matto” del 1971 cantava:

E sì, anche tu andresti a cercare
le parole sicure per farti ascoltare:
per stupire mezz’ora basta un libro di storia,
io cercai di imparare la Treccani a memoria,
e dopo maiale, Majakowsky, malfatto,
continuarono gli altri fino a leggermi matto.

La palese frecciatina agli pseudo intellettuali, in questo testo, permette di riflettere sul concetto di cultura, su cosa significhi veramente e come andrebbe divulgata.

Fino a poco tempo fa, non più di dieci, quindici, prima che internet diventasse parte integrante ed insostituibile della nostra routine quotidiana, la memoria, il possesso delle informazioni, svolgeva un ruolo fondamentale per chiunque volesse entrare nella riflessione culturale di qualsiasi ambito: in letteratura i dati biografici e bibliografici dei diversi autori, in storia guerre, battaglie e sovrani, in matematica tabelline e formule, in geografia mari, monti e fiumi, in fisica relazioni, leggi, costanti.

Libri!

Conoscere mnemonicamente la Treccani, come dice De André, permetteva certamente di essere annoverati in un panorama culturale di tutto rispetto. Questo sicuramente avveniva per un motivo ben preciso: la cultura non era affatto alla portata di tutti. Possedere una Treccani era (ed è) costoso ed oneroso. Mantenerla aggiornata, praticamente una follia. Chiunque avesse una curiosità doveva svolgere un lavoro di ricerca impegnativo, fatto di polvere, vecchi libri, bibliotecai antipatici che per l’averti permesso di fotocopiare un testo quasi quasi voleva essere citato in bibliografia, dati non aggiornati, volumi in lingua originale – che puntualmente tu non conoscevi – che nessuno ha tradotto.

Oggi, tutto questo è un ricordo. Il fido Google sa, conosce tutto, risponde a tutto e soprattutto non vuole niente in cambio. Google sa le strade, le piazze, gli autori, i testi, le guerre, i mari, i monti, la matematica, la fisica, l’aritmetica…

Chi oggi si permette di dispensare conoscenza viene immediatamente zittito con la tipica domanda dissacrante: “dove l’hai letto su Internet?”

Troppo spesso si parla della rete come del male sociale per eccellenza. “Nessuno studia più sui libri” si sente ripetere continuamente da insegnanti inferociti che definiscono il tipico odore di biblioteca che orgogliosamente portano addosso come esperienza. In parte però hanno ragione, ed in parte no! Al giorno d’oggi studiare su Internet non significa necessariamente non studiare sui libri! Internet è un enorme contenitore dove, se si sa ben cercare – alla stessa maniera di come prima bisognava saper ben cercare in una biblioteca – si trovano dati e studi sempre aggiornati e con un rigore scientifico di molto superiore ad un libro di testo. Il motivo, talvolta ma non sempre, della superiorità delle informazioni su Internet è che, a differenza di un libro stampato, nel caso in cui non abbiano valore vengono immediatamente attaccate, criticate ed accantonate senza essere necessariamente propinate ad ignari studenti per esigenze editoriali. La britannica è su Internet e questo deve far riflettere.

Cosa è cambiato quindi dall’avvento del web sul modo di fare cultura?

A mio avviso una delle conseguenze è sicuramente quella di aver liberato chi studia  dal concentrarsi sui dati nozionistici per dedicarsi quasi interamente alle relazioni tra essi. La data della battaglia di Waterloo non è più rilevante, chiunque può cercarla su Internet, ciò che diviene importante è coglierne la dimensione storiografica, le ripercussioni sul piano europeo, le implicazioni e quindi le conseguenze. Esagerando leggermente, ma non troppo, che si conoscano le tabelline è talmente scontato da diventare inutile – anche google fa le moltiplicazioni! – ciò che appare rilevante è saper analizzare e risolvere i problemi matematici, concentrandosi su di essi piuttosto che sulla propria memoria.

Liceo

Il modo di apprendere, le capacità cognitive di una generazione stanno cambiando ed onestamente non vedo il motivo per cui bisognerebbe demonizzare questo cambiamento. Certo, i nostri nonni non si farebbero mai fregare dal fruttivendolo e sanno calcolare il resto molto meglio e più velocemente di noi, ma è anche vero che il grado culturale generale, oggi è di molto superiore a cinquanta anni fa. Superiore, ma diverso. Se si chiede ad uno studente liceale odierno la data delle guerre puniche si può essere certi che non saprà rispondere, mentre al contrario lo scenario sarà diverso  - anche se purtroppo con le dovute eccezioni – se gli si chiede di analizzare il processo che ha portato dalla caduta dell’impero romano alla nascita degli stati nazionali.

La società è cambiata, di conseguenza gli strumenti a disposizione sono diversi. Il nostro modo di conoscere, le esigenze di conoscenza, ed anche gli oggetti fondamentali da conoscere, sono sicuramente mutati di conseguenza. Se prima chi aveva una buona memoria era considerato un intellettuale, adesso è meno di niente e forse è meglio così. Le relazioni, le interconnessioni, la capacità di mettere insieme due cose, due aspetti, due concetti, due realtà, questa è davvero la sfida culturale del nuovo secolo.

Ritorno al futuro
10 novembre 2009

Avanti, sempre protesi in avanti, verso un domani, un progresso che sicuramente sarà meglio di oggi e certamente di ieri. Come fosse vero che il solo passare del tempo al quale si riesce a sopravvivere sia già un progresso. Il fatto di esserci anche oggi, ancora una volta, non significa automaticamente che si è più avanti di ieri, anzi. Il passare del tempo è inesorabile e non dipende da nessuno. Sicuramente sopravvivere a questo ticchettio continuo è un vanto, ma non per questo l’evoluzione si valuta secondo questo parametro.

ritorno-al-futuro-parte-ii

Spesso si sente dire che siamo figli della nostra storia, ed è vero. I nostri nonni, ed ancora nei paesi, identificano le persone in base al padre. La tipica espressione, infatti è : “di chi sei figlio?”

La società di oggi, invece, sta diventando sempre più senza storia, senza passato, che non sa da dove viene e difficilmente, quindi, mi può convincere di sapere dove sta andando. In una visione progressista della storia, in cui l’oggi è migliore di ieri per il solo fatto di essere successivo, i passi, il cammino svolto fin qui, possono anche essere dimenticate perdendo inevitabilmente la visione d’insieme di un’esistenza che solo da ieri passando per l’oggi può giungere a domani. Ed ecco quindi che i crocifissi possono cadere dai muri, le famiglie possono essere formate da due uomini, i figli si possono abbandonare davanti la televisione, le mogli si possono prendere e lasciare collezionandole come figurine, i nonni inutili si possono rinchiudere negli ospizi, i bambini si possono costruire geneticamente secondo i propri desideri, si può spendere e consumare sulla fame di milioni di persone senza produrre nulla…

E’ però certo, se è vero come io credo, che noi siamo figli della nostra storia, che ciò che stiamo costruendo oggi è la storia, le radici, la possibilità di vita dei nostri figli. Questo a mio parere non va mai dimenticato. Probabilmente, se chi è venuto prima di noi e ci ha permesso di essere qui, si fosse preso tutte le libertà che oggi  ci si vorrebbe prendere, magari facendone un diritto per legge, noi forse non saremmo qui. Un esempio soltanto?  Difficilmente i miei due padri mi avrebbero potuto generare…